Abbiamo una casa! Casa Don Gallo is back!

condividi su:
foto taglio

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Manila alla conferenza stampa che si è tenuta ieri.
Che mille Case don Gallo nascano!
Che mille resistenze e alternative avanzino!

ABBIAMO UNA CASA!
Porto il saluto e l’abbraccio della @Comunità San Benedetto al porto.
Il primo pensiero oggi va a tutte le vittime dei confini, a Bafode Camarà morto nella strage dei braccianti, a tutti gli esclusi e le escluse messe ai margini.
E a don Andrea Gallo.
Dal mio piccolo osservatorio di sacerdote impegnato nel sociale, noto un’attenzione crescente e un impegno in costante ascesa nell’universo della solidarietà. Tuttavia, non posso fare a meno di denunciare un fenomeno che a mio parere deve essere superato: quello dell’assistenzialismo. Il volontariato è ancora considerato come un atto equilibratore e di supplenza nei confronti di uno Stato, che fa fatica ad assicurare le stesse opportunità a tutti i cittadini: lavoro, scuola, sanità, servizi, accoglienza, diritti.
La prima solidarietà che conosciamo è quella assistenziale, che ha certamente i suoi aspetti positivi. Arriva alle prime necessità: se uno è assetato, gli dai da bere; se un altro è affamato, gli dai da mangiare. Tuttavia, c’è un’altra solidarietà necessaria, a cui dovremo pervenire, e la definirei una solidarietà liberatrice. La differenza è netta: mentre la solidarietà assistenziale, la cosiddetta carità, che in gran parte dei casi si avvicina molto di più all’elemosina, finisce per mantenere lo status quo e, di fatto, non elimina le distanze tra cittadini di serie A e di serie B, al contrario la solidarietà liberatrice produce diritti, allarga le opportunità di partecipazione alla vita democratica, permette il passaggio da un livello sociale miserrimo a uno più dignitoso. È una solidarietà profetica, che guarda avanti, che fa proposte e che cerca in qualche maniera di inficiare i poteri repressivi che colpiscono gli ultimi, i poteri che sono causa di ingiustizia.
In queste parole di Don Andrea Gallo c’è tutto il senso di questo spazio, di questa casa che oggi inauguriamo, noi non diamo un servizio, attraverso quello che facciamo, attraverso ogni persona a cui è stata data una possibilità, noi cambiamo il mondo.
In Europa e in Italia sta aumentando il numero di homeless, ovvero persone che vivono in condizioni di disagio e grave emarginazione adulta legata alla mancanza di una casa. Casa intesa non solo rispetto alla sfera dei bisogni primari ma anche relazionali, culturali ecc e cc
Sono 700mila gli e le homeless in Europa con un aumento del 70% negli ultimi dieci anni (2009-19), 50 mila in Italia secondo l’ultimo dossier statistico caritas e circa 1635 nella nostra città non tutti stabilmente presenti (Osservatorio statistico Caritas Rimini).
Le persone senza dimora non sono una categoria omogenea ne dal punto di vista dei bisogni che portano, ne dalle storie personali che li hanno costretti a quella condizione, sono accumunati però dall’essere privi di un luogo fisico, intimo, riservato nel quale esprimere, in dignità e sicurezza, il proprio se.
Solo la casa o un luogo degno in cui vivere possono mettere la persona nella condizione di ricollocarsi nel breve periodo nel mondo del lavoro e dentro un percorso di riscatto sociale, per questo il nostro progetto si ispira all’approccio housing led ovvero risposte rapide e immediate all’espressione di un bisogno indifferibile e urgente come quello abitativo sulla base di due principi:
1) La casa, la prima cosa, un diritto umano di base
2) La presa in carico della persona, la realizzazione di un percorso individualizzato e l’accompagnamento ai servizi sociosanitari, attivando anche tutti i livelli, le professionalità, le relazioni, la rete territoriale per favorire la costruzione di legami sociali e di una vita dignitosa.
Questi temi sono presenti anche nelle Linee Guida ministeriali e nel Piano Povertà della RER tuttavia Se da un lato troviamo le Linee Guida ministeriali e il Piano Povertà della RER, dall’altro ci scontriamo con politiche sicuritarie di limitazione all’accesso dello spazio pubblico che a suon di ordinanze, Regolamenti di polizia urbana, privatizzazione delle città “per meri fini consumistici, determinano l’espulsione degli indesiderati e delle indesiderate, fra loro anche gli e le homeless, politiche che contemporaneamente legittimano la frustrazione di una parte della popolazione, che percepisce la presenza dei senzatetto come una perturbazione, se non una minaccia, al proprio modo di vivere lo spazio pubblico. ”
Da una parte si scrivono nero su bianco le azioni che servono e sono necessarie, azioni che condividiamo perché le abbiamo sperimentate in tre anni con l’esperienza di Casa Don Andrea Gallo e non sono solo indicatori sulla carta da perseguire, dall’altro si sconfessa questo impegno e la fondatezza di certi interventi e di certe risposte, con politiche che limitando l’accesso allo spazio pubblico, alla città, limitano e annullano questo impegno.
Un aspetto su cui riflettere e accendere i riflettori è il tema della trasversalità/intersezionalità degli interventi, interventi che ad ogni livello devono essere integrati fra loro per il raggiungimento del medesimo obiettivo. Per questo sono di fondamentale importanza le forme di partecipazione diretta di tutti gli attori e soggettività sociali coinvolte nelle scelte politiche amministrative che riguardano un territorio, e di seguito la processualità che porta per esempio alla costruzione di interventi come quello di Casa Don Gallo.
In questo senso uno strumento per noi importante in questi anni è stata l’urbanistica partecipata che abbiamo sperimentato e stiamo sperimentando con le azioni del “Percorso Partecipato per la comunità Madi_Marecchia.
Il modus operandi del progetto Madi_Marecchia” è stato ed è quello di un’azione dal basso istituente non istituzionalizzante: l’obiettivo iniziale infatti era dare una soluzione condivisa per la migliore distribuzione delle funzioni della Casa di accoglienza don Andrea Gallo, e per lo spazio adiacente, per creare un luogo di benessere, per i suoi abitanti e per gli/le abitanti del quartiere, e per rispondere alle necessità quotidiane immediate, con soluzioni realizzabili e condivise.
Uno spazio infatti non consiste solo nella dimensione geometrica, cioè lo spazio tridimensionale fisico. Lo spazio è anche funzione: è definito anche per quello che succede in questo spazio. E il riuso dello spazio deve essere insieme la sua riqualificazione e il far si che ci si possa insediare e crescere una funzione sociale ed economica.
In altre parole ristrutturare uno spazio da solo non comporta la riqualificazione dello spazio in se. Si devono insediare nuove forme abitative, lavorative e di vita sociale/culturale, compreso la cura dei rapporti tra le persone, le attività artistiche, le attività per trascorrere il tempo libero.
Dall’ultimo dossier statistico Caritas si evince che, per effetto delle recenti normative sulla sicurezza saranno 150 mila le persone che perderanno il permesso di soggiorno da qui al 2020 nel nostro paese, con una stima di crescita dalle 500mila alle 650 mila persone irregolari sul territorio, tutti e tutte nuovi homeless e nuovi invisibili. In un clima così c’è da temere il peggio.
Garantire sicurezza vuol dire soprattutto questo: vuol dire aprire le finestre per vedere chi c’è fuori, per sapere con chi stiamo dividendo lo spazio comune e in questo spazio comune come vogliamo viverci.
A Rimini in questi ultimi anni, a ridosso del centro storico, si è sviluppata un’esperienza unica di accoglienza degna delle persone senza dimora, Casa Don Andrea Gallo per l’autonomia (128 le persone accolte dal 24 dicembre 2015 al 31 dicembre 2018, 284 quelle incontrate per un colloquio o attività di primo contatto), esperienza che si è sorretta sullo sforzo delle attiviste e attivisti del Network solidale di Casa Madiba, della cittadinanza consapevole che si è attivata intorno al progetto, del vicinato che ha visto in questo intervento e processualità un’opportunità, una sicurezza, una luce nel buio dell’area abbandonata ex Hera/Forlani, dei tanti professionisti e professioniste che hanno dedicato le loro competenze a supporto del progetto e delle persone accolte, delle tante persone pensionate, uomini e donne, che hanno dedicato il loro tempo libero al Guardaroba Solidale Madiba o alla raccolta alimentare spreco zero per il progetto della Cucina & Pizzeria sociale IL VARCO Rimini.
L’amministrazione comunale, che ringraziamo, ha riconosciuto, dopo un ciclo di lotte e conflitto importante, questa progettualità che sovverte l’idea dei dormitori come unica risposta ai bisogni abitativi delle persone senza fissa dimora.
È possibile dare delle risposte, è possibile ripensare l’organizzazione di certi servizi, riconoscere esperienze che attivano pratiche nate dal basso come l’autogestione, i gruppi operativi, il mutualismo.
Rispetto al precedente progetto, oltre alla raccolta di dati quantitativi inerenti a i servizi erogati e alle prese in carico effettuate in struttura, adotteremo un “Modello di valutazione multidimensionale” fra cui gli indicatori di benessere individuale attraverso i quali misurare periodicamente come le dinamiche in atto all’interno delle struttura e dell’organizzazione incidono sui percorsi delle persone inserite e sulla qualità della loro vita (alcuni indicatori possono essere lo stato di salute psicofisico come definito dall’OMS, la qualità del sonno, il benessere e la voglia di condividere e stare insieme) insieme al lavoro di supervisione.

Si è aperto un varco, una possibilità di un nuovo modo di relazionarsi fra i cittadini, le realtà e le soggettività sociali che vivono dentro la città e l’amministrazione, su questo c’è ancora tanto da fare ma il terreno dell’impossibile è per noi la sfida: Modificare lo stato di cose presenti in un momento in cui crescono i sovranismi, i muri, la violenza di genere e quella contro gli ultimi.

AZIONI PROGETTUALI
Per quanto riguarda le azione progettuali, esse scaturiscono dal lavoro sul campo e dai tre anni precedenti di esperienza di gestione degli spazi di Via De Warthema e da una riflessione critica di esse.
Le azioni progettuali sono tre:
1) La prima azione: Progettare e realizzare l’allestimento del centro di prima accoglienza di via De Warthema si è conclusa con la fase di allestimento della struttura che è durata tre mesi, ha coinvolti gli abitanti nei processi decisionali attraverso assemblee settimanali e tavoli tecnici: dalla scelta del mobilio, alla sistemazione delle stanze, dai laboratori di allestimenti con tecnici e tutor a supporto anche per la messa a valore di molte capacità professionali emerse nel campo dell’edilizia e dell’idraulica fra tutti gli abitanti per esempio.
2) La seconda azione: Gestione del Centro di prima accoglienza per senza fissa dimora si sviluppa in una serie di progettualità diversificate che tengono conto di tutti gli aspetti legati alla quotidianità della vita in comune nella casa, ovvero, a tutte quelle attività legate strettamente al progetto di accoglienza e ai percorsi di autogestione degli abitanti (colazione , preparazione pasti, pulizie, carta dei diritti degli abitanti ecc).
L’obiettivo di questa azione è quello di garantire a tutte le persone accolte, una sistemazione alloggiativa stabile e non istituzionalizzante, attraverso un’accoglienza iniziale di tre mesi, tempo necessario per poi sviluppare o un progetto individualizzato in cui la durata dell’accoglienza è una variabile ed è legata alla persona e non agli standard imposti da chissà quale norma o regola, oppure per trovare soluzioni alternative qualora il progetto non sia adeguato alla persona accolta (per problematiche di varia natura). Non sempre infatti il metodo dell’autogestione o dell’educazione fra pari funziona con tutti, così come la vita in comune e la condivisione per alcune persone è impossibile.
3) La terza azione: Attivare percorsi di inclusione sociale e di capacitazione individuale e di gruppo
Obiettivo di questo progetto non sarà dunque solo quello di fornire un ricovero notturno, ma anche quello di promuovere l’inclusione sociale attraverso progetti complementari nelle ore diurne utilizzando il grande spazio comune; l’attivazione di relazioni tra gli altri spazi e le altre associazioni del quartiere e dell’intero territorio riminese; l’offerta di attività sociali, culturali e sportive a cui dedicarsi per una propria crescita personale e un miglioramento complessivo della condizione di vita verso la piena dignità personale nonché i servizi come lo Sportello d’ascolto per le richieste di accoglienza e un primo contatto, quello Salute che attiveremo più avanti, quello lavoro per informazioni e orientamento, i laboratori, le formazioni ecc.
Fondamentale sarà l’apporto della cittadinanza solidale, della rete locale (in particolare il centro anziani Associazione Parco Marecchia e la casa dell’intercultura) e degli attivisti e attiviste dell’associazione.
Siamo per il superamento della logica emergenziale e temporanea dei dormitori, per questo attiveremo tutte le risorse con le quali siamo già in contatto affinché si possa utilizzare al meglio lo spazio a disposizione, tenendo conto dei reali bisogni degli homeless.
La casa è uno dei diritti primari di ogni essere umano senza il quale difficilmente si può pensare ad un reale percorso verso la piena autonomia.
Come diceva don Gallo la solidarietà liberatrice produce nuovi diritti, aiuta le persone a diventare indipendenti e autonome, riduce i costi sociali, favorisce la coesione e sicurezza sociale.
Lunga vita a casa Don Gallo.
Che mille resistenze e alternative avanzino!

Manila Ricci

condividi su: