#SequestroVillinoRicci – Gnassia… di M. Neri

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Questo articolo fa parte della raccolta #SequestroVillinoRicci: comunicati, lettere di solidarietà e analisi sul sequestro e sgombero del Villino Ricci, avvenuto lunedì 23 Novembre.

Gnassia…

CALLICLE – Ad una guerra o a un combattimento, o Socrate, dicono si debba prendere parte in questo modo!
SOCRATE – Ma, allora, arriviamo troppo tardi e a festa finita, come dice il proverbio.
CALLICLE – Ed è proprio nel salone del Palazzo dove si presentava la festa del solstizio più lunga dell’ecumene che si è dato saggio di questa contesa.
SOCRATE – Ma la colpa di questo ritardo, o Callicle, è di Gnassia, qui presente, che ci ha fatto perdere tempo con i suoi cartelli di “fila dritto” mentre dovevamo girare in circolo come fanno i pianeti in cielo.
CALLICLE – Per non parlare, o Socrate, dei numerosi lavori in corso e mai terminati che rimpinzano la Città.
GNASSIA – Dico che qui la Città cambia e perché i buoni cittadini si accorgano che la sto facendo grande faccio mettere ovunque cartelli. Ma per piacere, Socrate, restiamo sull’argomento! Come ho scritto dopo l’invasione dei Madibi, una comunità non sta in piedi senza regole e questo perimetro di regole vale per tutta la Grecia. Chi occupa abusivamente un immobile commette un’ingiustizia. Ma ecco di ritorno dalla Boulé giungere Arlotto, il quale è del mio stesso parere.
ARLOTTO – Gnassia dice il vero: la legalità non è un valore discrezionale.
SOCRATE – Prima che intraprendessi la vita pubblica, o Arlotto, non giravi per l’Attica e vedevi terre ovunque coltivate e il tuo lavoro non era forse quello di rappresentare i lavoratori a mercede?
ARLOTTO – Precisamente.
SOCRATE – E tu, Gnassia, non ricevesti la tua prima educazione nel centro latino-celtico, nato da un atto di solidarietà e cooperazione, e non fosti allevato da genitori che credevano nel trionfo completo dell’eguaglianza economica e sociale?
GNASSIA – Certamente.
SOCRATE – Dunque, Arlotto e Gnassia, voi siete da allora cambiati. Ma siete diventati migliori o peggiori?
CALLICLE – Sei davvero litigioso, o Socrate!
SOCRATE – Arlotto e Gnassia non ricordano più che quasi cento anni fa e poi ancora sette decenni fa nella Magna Grecia i contadini senza pane occupavano le terre incolte e improduttive e i governanti furono obbligati a introdurre la riforma agraria. Ma se anche non ricordano più la storia della collettività e quella loro personale, facendo professione di politici, non sarà assurdo appellarsi alla loro perspicacia e lasciar loro immaginare chi fossero coloro che lanciavano allora l’appello alla legalità.
CALLICLE – Per Zeus, Socrate, attento a quello che dici.
SOCRATE – Dico solo quello che ho già detto e ripetuto varie volte. Il sofista e il retore – e tali sono divenuti Gnassia e Arlotto – sanno parlare di tutto e contro tutti. E, spesso, riescono ad essere più persuasivi del medico e di qualsiasi altro specialista, almeno “nel volgo”, ossia “tra la gente che non sa” e che, purtroppo, è la maggioranza di coloro che votano. Bene disse Francolino di Atlantide quando affermò: “La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a colazione. La libertà è un agnello bene armato che contesta il voto”.
CALLICLE – Di che armi parli, Socrate?
SOCRATE – Di quelle che sanno distinguere tra umano e non umano, come ha detto Manila di Madibia. Di quelle pacifiche che ci fanno obbedire solo alla ragione e al cuore e non alle leggi ingiuste, cui per giustizia occorre disobbedire. Come ha detto Aristide di Brianda: “Non si deve temere di uscire dalla legalità quando non si ha altro mezzo per rientrare nel diritto”.
CALLICLE – Pare anche a me.
SOCRATE – Perciò non solo, come a Franfregeno, mi ha colpito il bassorilievo dove si vede il volto di Gnassia trasfigurato dalla collera. Mi ha pure immalinconito il bassorilievo che ritrae il volto livido e impietrito di Piscaglio al cospetto dell’irruzione dei Madibi. Il tempo lo avversa e ne deve accettare il peso triste: ora si occupa di attori, rapsodi, coreuti e impresari, ma io ben lo ricordo quando era un giovane a fianco di Lucio il Magro, un uomo che persino in punto di morte ha saputo disobbedire a una legge ingiusta.
GNASSIA – Io non so come tu faccia a rigirare ogni volta in su e in giù i discorsi, o Socrate. O non sai che anche Filippo il Zillio del partito aristocratico ha definito i Madibi come prepotenti che non sanno semplicemente rispettare la legge?
SOCRATE – Hai ragione, caro Gnassia. Ma ascolta anche quello che dico io. Non abbiamo forse una legge principale e suprema che si chiama Costituzione?
GNASSIA – Sembra.
SOCRATE – Ed essa non dice forse che “Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”?
GNASSIA – Certamente. E allora?
SOCRATE – Ma allora, o beneddett’uomo, alla contrapposizione non sai sostituire la convergenza che si ottiene tramite accordi e convenzioni?
GNASSIA – È evidente. E già come per l’edificio degli spegnitori del fuoco, ho già decretato di avviare una procedura di evidenza pubblica anche per il Palazzetto Riccio.
SOCRATE – Ma, beneddett’uomo, come quasi sempre sei solito fare – e pure ne meni vanto! – non puoi ripensare creativamente la promozione e la gestione del patrimonio pubblico? La legislazione della Grecia e quella dell’Attica che favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini associati non esortano a convenzioni, di modo che la libertà delle forme proprie del diritto privato permei come una spugna il diritto pubblico?
CALLICLE – Verissimo!
SOCRATE – Oppure, caro Gnassia, se ti dai alla fuga da questo perimetro, vuoi che argomenti in altro modo su come tratteggi questa figura a geometria variabile? Vuoi, forse, che ti menzioni le ciclabili farlocche che hai inaugurato senza alcuna regola di quelle vigenti per misure e caratteristiche? O ti ricordi la tua opinione sull’inutilità del registratore fiscale nel caso di iniziative pubblico-private benefiche agli artigiani? Hai forse messo a bando l’occupazione di quel pezzo di terreno del Pireo dove si erge quel gioco tondo che alcuni cittadini dicono abusivo? Hai messo a bando il lastrico solare del Museo dove sorge una struttura con officina meccanica? Oltre a filare dritto, posso anch’io tirare su a casa mia come meglio m’aggrada?
CALLICLE – Per Zeus, Socrate, te lo ridico: attento a quello che dici o finirai a processo.
SOCRATE – Ma, Callicle, mi toccherà ciò che dovrà toccarmi per non aver detto né fatto nulla d’ingiusto né verso gli uomini né verso gli dèi. Sarei poi insensato e vile se non ricordassi che a Gnassia, che qui ci vuole fare da maestro sulla legalità, potrebbe essergli inflitto l’ostracismo e non potremmo più sentire la sua voce né vederlo per dieci e dieci anni.
ARLOTTO – Nulla di nuovo sotto il sole. La richiesta non è ancora un rinvio a giudizio. Gnassia e gli altri non hanno mai preso un centesimo per loro e hanno agito avendo di mira l’interesse pubblico e il bene della comunità locale come unico fine, nella consapevolezza dell’importanza che i cocchi aerei arrivassero nella città sempre più numerosi. Questa è la storia che tu, Socrate, mi hai accusato poco fa di non conoscere. Tutto il resto è fumo.
SOCRATE – Te lo concedo, Arlotto, per farti piacere. Ma, dimmi, i Madibi non hanno agito per lo stesso unico fine? E costoro, per giunta, non hanno fatto spendere miliardi di centesimi dell’erario pubblico, ma nemmeno un centesimo!
CALLICLE – Rispondo io per lui che si è allontanato indispettito e si è rimesso a scaldare la sua poltrona nella Boulé. Certamente.
SOCRATE – E allora che anche Gnassia taccia, alla stregua di Pruccolo che fa più bella figura di quando parla a vanvera come un Narciso con le sue sciarpette e le Ferrari. Ascoltate dunque un paragone vero che anche il volgo e persino Funello e Bronzetto comprenderanno. Immaginate un allevatore di asini, di cavalli, di buoi e di altri armenti, che fosse quale è Gnassia. Se lasciasse un asino senza biade, senza strigliarlo e non lo utilizzasse per il basto lo lodereste?
CALLICLE – Certamente no.
SOCRATE – Immaginate che un cittadino si impossessi di questo asino abbandonato, lo curi e lo metta a disposizione per il basto a cittadini che non hanno neppure un mantello per coprirsi né tre olive per sfamarsi. Chiamereste ingiusto questo cittadino?
CALLICLE – No, certo.
SOCRATE – State a questa immagine che il ricco allevatore si riprenda l’asino con l’uso della forza. Se vi dicessi che i cittadini che avevano dato un senso all’esistenza dell’asino organizzarono una marcia di protesta – alla quale ti confesso, o Callicle, partecipai anch’io con mia moglie Santippe che, come sai, è incline all’indignazione – e ulteriormente che alcuni di essi si impadronirono di un bue nelle stesse condizioni dell’asino, cosa direste?
CALLICLE – Che fanno del bene al bue e alla Città, come prima hanno fatto del bene all’asino e alla Città. Questo diremmo, o Socrate. Ma, dimmi, che fine ha fatto l’asino?
SOCRATE – Stando alla nostra immagine il ricco allevatore lo mise a gara. Ma alla seconda frazione della gara gli altri corridori, quando capirono che all’asino non sarebbero state fornite biade né mercede al custode, fuggirono via con con le orecchie basse e senza corona. Quello serio, il primo che aveva curato l’asino, ne guadagnò il premio, come merita il giusto.
CALLICLE – Che ridicola figura!
SOCRATE – Per chi? Per entrambi: il ricco allevatore e i soliti prodighi custodi del benessere comune. E, dimmi, è preferibile la concordia o il conflitto?
CALLICLE – La prima, senz’altro.
SOCRATE – Credi dunque sia lecito ora mettere a gara il bue?
CALLICLE – Non avrebbe senso dopo quello che è accaduto all’asino. Come potrebbe averlo?
SOCRATE – Se dunque presteremo fede a questo racconto, ci toccherà in sorte una Città migliore e torneremo ad essere una comunità come si augura il buon Cardonio. Ma domani mattina, Callicle, incontriamoci di fronte a Palazzetto Riccio come ogni giorno sacro a Mercurio. Io ho chitoni, clamidi, berretti frigi e causie e tu, Callicle, porta del cibo. Là eleveremo una preghiera a Estia e a Mercurio, perché proteggano la nostra amata Città.

Moreno Neri

Un sentito ringraziamento all’autore, con cui ci scusiamo per il ritardo nella pubblicazione, abbiamo visto la mail pochi giorni fa!
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