#SequestroVillinoRicci – Legalità, quanti delitti si commettono in tuo nome di L. Montecchi

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Questo articolo fa parte della raccolta #SequestroVillinoRicci: comunicati, lettere di solidarietà e analisi sul sequestro e sgombero del Villino Ricci, avvenuto lunedì 23 Novembre.

Legalità, quanti delitti si commettono in tuo nome

Una Marie Janne Rolad de la Pletiere sgomberata dal Villino Ricci avrebbe potuto pronunciare una simile affermazione. Anche nella scuola di via Montevecchio è tornata la legalità dopo lo sgombero del 2008. Una legalità caratterizzata dal silenzio e dalle sterpaglie. Si potrebbe dire modificando ciò che disse Calgaco re dei Caledoni: Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato legalità.
Succederà la stessa cosa con il Villino?
Certamente la “scena aperta” di una casa del comune occupata in pieno centro avrà provocato discussioni a non finire e pressioni per il “recupero della legalità”. Tuttavia a me sembra che quella esperienza di convivenza multipla abbia stimolato una forma di solidarietà fra i cittadini della strada,del quartiere e più in generale della città che andrebbe apprezzata e studiata e non repressa e condannata.
Stiamo vivendo un momento storico difficile, il 2015 si è aperto con la strage di Parigi, con gli sbarchi continui in Italia e poi è continuato con l’esodo dei Balcani che è ancora in corso. Da ultimo l’abbattimento dell’aereo civile russo, la nuova grave strage di Parigi e infine la Turchia che abbatte un aereo russo impegnato in Siria. In questo quadro, sono convinto, che iniziative come quelle portate avanti nel villino possano fare intravedere una comunità che viene.
Mi spiego meglio. La guerra in Siria sta producendo contrapposizioni identitarie, come nella ex Jugoslavia, tutti sappiamo che dietro queste contrapposizioni si nascondono interessi materiali: petrolio, gas naturale, basi strategiche e altro, questi interessi manovrano le contrapposizioni identitarie: gli sciiti contro i sunniti, i cristiani contro i mussulmani, e così via. Il conflitto Israelo-palestinese è ancora più complesso perché miscela possesso della terra, interessi materiali, identità etniche, religiose ed altro ancora.
Comunità identitarie contro altre comunità identitarie, fedi contro fedi, ideologie contrapposte e potenti interessi materiali che soffiano sul fuoco alimentando la paura dell’annientamento della comunità di appartenenza e la necessità di difendersi dal nemico. Producono il nemico.
Ora, per difendersi, le comunità identitarie sviluppano la solidarietà al proprio interno, fra i propri membri di quella ideologia,di quella fede o di quella etnia.
Si producono in questo modo nuove etnie, nuove appartenenze sulla base di esclusioni: quello non è dei nostri.
Sono comunità che vogliono recuperare un passato mitico, una purezza identitaria che non c’è mai stata, una terra ed un sangue originario che non è mai esistito.
Siamo tutti esseri di questo pianeta. Tutto il resto è solo una resistenza al cambiamento che si trasforma in una psicosi di massa. Una peste psichica, come la chiamava Wilhelm Reich.
In questo quadro iniziative come quella del Villino Ricci si presentano come comunità a tutti gli effetti. Infatti vi circolano affetti e sentimenti, ma non sono comunità identitarie, non recuperano antiche “originare” forme di nulla. Ci mostrano nei fatti come potrebbe essere la comunità che viene solo se volessimo diffondere i valori che emergono da queste esperienze: la solidarietà verso il diverso e non verso l’identico, l’amicizia, l’ospitalità e la convivialità.
Gli antichi valori della civiltà mediterranea.
Ma per fare questo è necessario capire che l’istituzione non è solamente un insieme di norme da rispettare, quello è l’aspetto istituito, ma ogni istituito genera continuamente un istituente che mantiene in tensione permanente l’istituzione e la fa vivere. Se si perde l’aspetto istituente, l’istituzione si istituzionalizza, cioè si chiude su se stessa ed il suo scopo diventa l’automantenimento.
Dunque, se il comune di Rimini non si vuole istituzionalizzare deve accettare la dinamica con le forze istituenti, tipo il Villino Ricci, perché queste realtà ci mostrano nei fatti la comunità che viene mescolando tradizione e cambiamento.
Cicerone parlando del diritto nel De Officiis, 33 dice:
Spesso sorgono ingiustizie dal cavillo,da una troppo furba e maliziosa interpretazione della giustizia”, da cui è derivato quel proverbio diffuso che dice: “massima giustizia, massima ingiustizia”.
Ecco, mi piacerebbe che in questa occasione si capisse il detto latino e si lavorasse per una ricombinazione sociale pensata attraverso esperienze pilota come quelle del Villino Ricci.

Leonardo Montecchi – Direttore della Scuola Bleger

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