Strage dei braccianti a Foggia: riprendiamoci la dignità

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Pubblichiamo di seguito il contributo di Agnese Cossa letto durante la marcia per la dignità contro lo sfruttamento nel lavoro e le diseguaglianze, per Bafode, Ebere, Romanus che si è svolta a Rimini il 9 Agosto. Per tenere viva la memoria, perchè il tempo non cancella le ferite di queste perdite, perchè vogliamo verità e giustizia.

La pianura di Foggia è, per estensione, la seconda pianura d’Italia, un luogo che a buttare l’occhio verso l’orizzonte sembra non finire mai. In estate qui le temperature sono altissime, il caldo ti stanca già dalle 06 del mattino e l’acqua è rara come lo è l’ombra di un albero. Interminabili distese di terra arsa dal sole e dagli incendi.

In questo panorama si muovono centinaia di corpi tra finte strade disegnate solo per delimitare proprietà agricole. E quando non si muovono, sono ricurvi tra il verde delle piante di pomodoro, come riparo dal sole solo un berrettino in testa.

Sono tanti, tantissimi. Impossibile non vederli. Come è impossibile non notare il via via di furgoni, che a chiamarli furgoni ci vuole solo un gran coraggio, fanali divelti, ruggine, ruotini di scorta e finestrini bloccati. Lo sanno tutti che questi mezzi improvvisati sono stipati di braccianti diretti nelle campagne.

Lo sanno tutti. Lo vedono tutti.

In una pianura all’occhio umano non sfugge niente.

Sembra invece che ciò che all’occhio non sfugge sia sfuggito alla coscienza.

Oggi a Rimini, come ieri a Foggia, marciamo per la dignità piangendo la morte di 16 uomini, giovanissimi, costretti alla schiavitù da un in sistema che nega diritti, uguaglianza, umanità e che li ha resi invisibili.

Un sistema che tuti conoscono, che non nasce con l’immigrazione, ma che invece sfrutta i più poveri, i miserabili, quelli ai quali questa società ha deciso di offrire meno possibilità. Uomini e donne ricattati dal bisogno di reddito, schiavizzati dal capitalismo globalizzato, trattati come numeri ai quali viene negata anche la dignità di essere chiamati per nome.

Oggi quei 16 uomini invisibili, quei 16 fantasmi, con un pugno assestato bene nello stomaco ci dicono che esistono, che esistevano e che l’ignavia politica, l’indifferenza civile, la rassegnazione sociale li ha uccisi, facendo di loro dei martiri del lavoro per i quali nessuna piazza di nessun paese erigerà monumenti commemorativi.

E allora spetta a noi ridargli dignità, per ritrovare anche la nostra di dignità.

Gridiamoli forti i nomi dei morti ammazzati da un’economia che sceglie il profitto di pochi e se ne fotte del rispetto delle vite umane. Gridiamoli forti i nomi delle multinazionali che usano schiavi e intermediari illegali per garantire prodotti a basso costo nei supermercati. Gridiamoli forti i nomi degli amministratori che oggi fanno propaganda su queste morti e invece non hanno fatto nulla per garantire anche il minimo accesso ai servizi di base per queste persone.

Guardiamo avanti senza dimenticarli, ritroviamo la forza e l’unità, lottiamo insieme ai nostri fratelli per riprenderci ciò che non è solo nostro ma di tutti, riprendiamoci le nostre vite, riprendiamoci lo sguardo critico e attento verso ciò accade nelle nostre città e nei nostri quartieri, riprendiamoci soluzioni e pratiche nelle quali crediamo.

Non giriamoci di fronte alle ingiustizie, non volgiamo lo sguardo altrove di fronte ai più fragili, non sentiamoci assolti dalle nostre responsabilità con post su facebook.

Riprendiamoci la dignità.

Quella di Ebere e Bafode, quella di Paola, quella di Soulaima, quella dei morti nelle campagne e nelle fabbriche, quella dei precari e degli sfruttati, quella dei lavoratori e delle lavoratrici stagionali, quella di Eva e Florentina, quelle di ogni uomo e donna su questa terra.

Riprendiamoci la dignità di tutti, riprendiamocela per tutti.

Riprendiamoci tutto!

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