OBIETTIVO ZERO HOMELESS. Per una città della cura e dell’interdipendenza

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INCONTRO PUBBLICO
Martedì 28 giugno – ore 18.30 – Piazzale rigenerato Bafode, Ebere, Romanus – Casa Madiba

Premessa 

In data 4 maggio 2022 il Consiglio comunale di Rimini ha approvato il Regolamento di co-progettazione e co-programmazione, azione promossa dall’Amministrazione comunale insieme a ConfCooperative, LegaCoop e VolontaRomagna. “Se si dovesse definire l’intero progetto con una sola parola – ha affermato l’Assessore al sociale nella conferenza stampa di presentazione – userei quella di ‘partecipazione’, il principio alla base del metodo lavorativo che ci siamo prefissati di seguire. In maniera organizzata e strutturata. Il nostro obiettivo è coinvolgere e fare rete con tutta la sfera del terzo settore e, di conseguenza, con la società civile, che dovrà essere parte integrante dei servizi sociali. Del resto, il rapporto servizio sociale e utenza è fallimentare se non c’è l’apporto e il protagonismo della comunità”.
Il 9 giugno 2022, sempre in questo ambito, si è svolto il primo dei tre incontri dell’Area povertà. Un incontro online, accessibile ai tanti ETS presenti nel distretto provinciale, durante il quale si è provveduto ad elencare e presentare anche gli interventi previsti nell’ambito dei finanziamenti ricevuti dal PNRR. Ed è in questo frangente che abbiamo appreso la volontà da parte dell’Amministrazione comunale di realizzare il Centro servizi a bassa soglia (una delle due azioni finanziate insieme al potenziamento dell’Housing First) negli spazi comunali vuoti situati tra le strutture di Casa Madiba Network e Casa don Andrea Gallo. 

Abbiamo sentito parlare l’Assessorato di coinvolgimento, di partecipazione, di co-programmazione al fine di individuare bisogni e priorità.. dove si concretizzano queste pratiche? Dove trovano soddisfazione se nessun tipo di incontro specifico con la realtà interessata è stato promosso, se questa non è stata interessata del progetto che si vuole realizzare, se con questa non si è instaurato un dialogo per capire come davvero l’Amministrazione comunale possa essere di aiuto e supporto? Ci pare che il METODO fin qui utilizzato ed adottato sia profondamente incongruente con quanto affermato dallo stesso Assessore neanche un mese fa…

Progettazione partecipata, co-programmazione, co-progettazione che significato hanno queste parole?

Partecipazione, una parola molto spesso abusata a livello istituzionale,  una parola che in sé racchiude un significato profondo, che l’operato dell’Assessorato alle Politiche sociali del Comune di Rimini svuota totalmente.

Progettazione partecipata non può essere, infatti, solo una bella parola da inserire in qualche dichiarazione solo per raccogliere consenso. Progettazione partecipata significa rete, cura, ascolto attivo, reciprocità, relazioni, co-costruzione di azioni e significati, interdipendenza. 

Per noi Progettazione partecipata ha sempre significato confronto con tutte le soggettività e le realtà associative che abbiamo incontrato nel nostro percorso, anche quelle che vivono e animano il quartiere. Il Progetto Madi_Marecchia ha avviato da tempo questo dialogo con le realtà e la cittadinanza e costruito un progetto partecipato che interpreta la partecipazione come processo per dare risposte concrete ai bisogni e desideri di cittadinə, persone in condizione di grave marginalità e delle realtà presenti nell’area urbana di interesse. Attraverso un approccio che mette al centro l’abitanza, come modalità di condivisione dello spazio urbano e di appartenenza ai luoghi. 

Sul percorso partecipato Madi_Marecchia si è innestato il Community Lab. regionale all’interno del FAMI Casp.ER (azione 4) sostenuto dalla precedente Giunta che aveva incaricato inoltre uno studio di urbanistica di Milano, lo studio Avanzi, per l’elaborazione di una metodologia di intervento. Nel documento realizzato è stata svolta un’analisi dettagliata dell’area e recepite le proposte di rigenerazione e riqualificazione dal basso per il riutilizzo degli spazi di proprietà comunale tra via Dario Campana e via de Varthema (Guardaroba solidale madiba, Pizzeria sociale Il Varco, Officina del Quartiere, sala studio e laboratorio musicale, spazio per l’abitare dedicato alle donne e alle soggettività queer).

Un progetto work in progress, discusso, modificato, ampliato nel tempo tenendo conto delle diverse necessità incontrate che sono mutate nel corso degli anni, pensiamo solo alla pandemia. Una progettazione in continuo divenire, sempre pronta ad attraversare il campo del possibile, una progettazione concreta e dal basso, continuamente verificata attraverso varie forme partecipative (incontri, laboratori, work-shop, interviste, brainstorming, monitoraggi, questionari ecc.), sviluppata passo dopo passo.

Questa progettazione partecipata, che in questi ultimi anni ha portato alla luce alcune problematiche legate al tema della sicurezza che sono state affrontate con un diverso approccio da quello repressivo e securitario e con un lavoro multi-agenzia che ha coinvolto tanti livelli, fa di certo paura a chi crede che erogare un contributo economico per un progetto, si debba tradurre poi nella sudditanza acritica dell’associazione o dell’ente verso le politiche pubbliche e cittadine, con l’obbligo di un tacito consenso e zero possibilità di critica.

Ricevere un contributo pubblico senza mettere in luce le criticità di un approccio che per esempio sul tema della homelessness continua a favorire il circolo vizioso dell’indigenza, anziché risolverlo, rappresenta un grave danno per la comunità tutta che non beneficerebbe di quell’intervento. Ogni azione e intervento sociale, infatti, porta benefici a più soggettività, non solo a quelli che vengono definiti i “destinatari diretti” degli interventi.

Ascoltare quelli che si ostinano a definire “utenti dei servizi” “senza dimora”, le persone e i loro bisogni, collocare queste problematiche all’interno del contesto sociale che le ha prodotte, organizzare e progettare insieme riconoscendo la nostra interdipendenza è qualcosa che spaventa il potere costituito perché distribuisce quel potere e lo democratizza, riportandolo nelle mani di chi vive quel territorio, quella condizione di vita. Significa ricostruire e democratizzare le infrastrutture sociali oggi sempre più veri e propri monopoli di un welfare in appalto, condividere spazi e tempi di vita e contemporaneamente ampliare le alleanze sociali.

Progettazione partecipata significa allora anche cambiare, mettersi in discussione e in ascolto, cosa molto difficile e mal gestita da chi riveste ruoli importanti nella nostra città come la gestione delle politiche sociali e abitative.

PNNR 

Dopo due anni di pandemia nulla è cambiato e, anzi, la speranza di costruire un Paese più giusto e attento alla cura dei propriə cittadinə è stata completamente disattesa dalle linee guida del PNRR e dal loro recepimento da parte delle Regioni. 

La ricetta resta infatti sempre la stessa: esternalizzazione dei servizi con un significativo incremento del Terzo Settore; investimenti in formazione, o per meglio dire, trasferimento di ingenti somme di denaro agli enti di formazione privati; promozione del volontariato attraverso il rafforzamento del Servizio Civile universale. Coprogettazione, infrastrutture sociali e approccio integrato altro non promuovono che un sistema di servizi sociali e assistenziali demandato al privato, a quel Terzo Settore di cui molti amministratori locali tessono le lodi, ma che molti operatori e operatrici sociali contestano a causa di condizioni lavorative precarie e sottopagate. Il lavoro sociale non è un’attività di volontariato ma una vera e propria professione che chiama in causa percorsi formativi ad hoc, esperienza e conoscenza delle problematiche di un territorio; continuare dunque a promuovere il lavoro volontario come strumento di solidarietà sociale appare francamente superato, non in linea con le difficoltà che la pandemia ha inasprito ed inappropriato ad affrontare le esigenze sociali emergenti.  

Bisogna costruire programmi sociali di lungo termine che coinvolgano gli attori sociali in campo e che abbiano come mission il benessere e la tutela di tutti: lavoratrici/lavoratori, cittadini e assistiti. Crediamo in una gestione pubblica decentrata dei servizi, con contratti di lavoro pubblici che prevedano maggiori tutele e stipendi dignitosi per operatori e operatrici sociali ma anche in proposte progettuali diffuse nel territorio, per rispondere con più efficienza ai bisogni, per evitare che su alcuni servizi e destinatari si concentri ancora di più uno sguardo stigmatizzante e negativo, per permettere sempre più che l’istituzione esca dalle zone di comfort e si muova nello spazio e nel luogo in cui il bisogno si origina. 

Città merce
Da almeno un decennio la funzione amministrativa del Comune sembra essere più quella di Primo Imprenditore che non amministratore degli interessi di tutto il territorio, talmente profonda nella nostra città è l’adesione alle priorità degli operatori turistici e l’identificazione tra i destini del territorio e quelli di tale categoria. Tradotto, politica cittadina uguale marketing territoriale, ovvero proporre un’immagine di una Rimini da cartolina, patinata e priva di contraddizioni, con l’unico scopo di renderla sempre più attrattiva per i turistə. Abbiamo di recente visto esplodere le contraddizioni di questo modello proprio durante un evento di grande rilevanza sul piano turistico come l’adunata. In quelle circostanze è risultato palese che trasformare un’intera città in un parco divertimenti, senza tener conto di chi la abita, può avere delle forti ripercussioni sociali. È così accaduto che la tensione tra uso turistico intensivo della città e vivibilità della stessa sia esplosa (in questo caso sulla linea del genere) e, quando ciò è avvenuto, chi ha ruoli e incarichi istituzionali si è mostrato del tutto privo di un bagaglio politico adeguato a gestire la situazione, con risposte imbarazzanti che minimizzavano le tante violenze di genere accadute in quei giorni.

Il punto è proprio che, dietro le quinte della città vetrina, c’è un tessuto sociale lacerato e sofferente, una realtà caratterizzata in modo crescente da precarietà, povertà e disagio abitativo. La priorità dell’Amministrazione sembra essere non tanto quella di dare risposte efficaci a queste problematiche, quanto piuttosto quella di fare in modo che esse non vadano a disturbare il normale andamento del circuito turistico. Dunque, se una parte della città vede crescenti investimenti in infrastrutture, riqualificazioni, ecc. con lo scopo di una sua valorizzazione economica, dall’altro la parte del tessuto urbano esclusa da questa dinamica rischia di diventare periferia, spazio in cui disagio e tensioni sociali vanno a concentrarsi. L’importante è che tutto si svolga lontano dagli occhi dei turisti, la proverbiale polvere sotto il tappeto. L’idea di costruire un grande centro servizi in un’area residenziale va esattamente in questa direzione. Tanto più che, come abbiamo già sottolineato, questo progetto viene calato dall’alto, senza alcun riguardo per le esigenze e il punto di vista di chi vive e anima quel quartiere, senza alcun confronto con i cittadinǝ e le associazioni.

Appello

Facciamo dunque un appello a tutte le persone, realtà e associazioni che come noi credono in un altro tipo di città, una città della cura, una città al servizio delle persone e non del denaro. Costruiamo insieme questa città della cura mettendo a servizio le nostre realtà, le nostre competenze personali, le nostre idee e risorse per rispondere con forza alla città merce che la nuova amministrazione (in continuità con la vecchia) vuole perseguire, per un modello di welfare inclusivo, universalistico e capacitante contro un modello di welfare in appalto che equipara il lavoro sociale al lavoro di cura e al volontariato.  

Invitiamo dunque tuttə a riflettere e partecipare all’incontro pubblico di MARTEDI’ 28 GIUGNO alle ore 18.30 presso Casa Madiba Network per risignificare insieme le parole Partecipazione, Cura e Ascolto. 

Abbiamo bisogno di tuttə per costruire nuove infrastrutture della condivisione e di cura promiscua

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