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Negli scorsi mesi si sono tenute diverse udienze relative a procedimenti penali aperti nei confronti di attivistə di Casa Madiba Network per iniziative svolte tra il 2014 e il 2016.

Nello specifico è arrivata la sentenza di condanna in primo grado per lo sciopero sociale del 14 novembre 2014, una giornata di mobilitazione europea che aveva visto nel nostro territorio un forte protagonismo di lavoratorə organizzati con ADL Cobas Emilia Romagna insieme a studentə e precariə.

Da alcune aziende del territorio dove erano in corso vertenze sindacali alle scuole, in centinaia avevamo aderito a quella giornata di sciopero con parole d’ordine molto chiare (e ancora molto attuali): stop al JobsAct (lavoro gratuito, stage e tirocini non retribuiti – gli stessi che negli scorsi mesi hanno portato alla morte di 2 studenti); salario minimo europeo (non si lavora sotto i 10€ netti); reddito di base incondizionato (uno strumento di lotta reale alla povertà per la ridistribuzione della ricchezza); una casa per tutti, contro il vergognoso Piano Casa che stigmatizza e attacca homeless e poveri e che ancora oggi limita l’accesso a una serie di diritti fondamentali attraverso l’art. 5; contro le grandi opere e la cementificazione selvaggia che producono inquinamento, illegalità diffusa, cataclismi.

La risposta allora era stata blindare la città ed evitare che la manifestazione potesse attraversare il centro storico, nonostante le autorizzazioni richieste. A 8 anni di distanza – nel corso di un primo grado in cui da parte dell’accusa è stata riportata una narrazione dei fatti ingigantita e falsata, con studentə, molti dei quali minorenni all’epoca dei fatti, tacciatə per pericolosi criminali e con un’azione figurativa e simbolica come il lancio di poche uova narrata come una guerriglia urbana – arriva la sentenza: condanne di 9, 7 e 6 mesi per glə attivistə e l’assoluzione piena per tuttə ə lavoratorə.

Una sentenza alla quale faremo appello ma che ci continua a parlare di un tentativo forte e chiaro da parte della Procura di Rimini di criminalizzare e cercare di fare pagare il conto di un lavoro sociale e politico costruito in quegli anni che aveva portato lavoratorə, studentə e precarə a condividere le loro condizioni lavorative e di vita, uscendo fuori dalla paura e dalla vergogna del senso di colpa.

Questi corpi, queste esistenze, oggi come allora, il potere le vuole isolate, invisibilizzate, lontane. Il peggioramento della condizione di vita di milioni di persone, la crisi climatica, l’aumento della povertà ci parlano tuttavia dell’esigenza di stare insieme, di cooperare; della necessità di rivendicare politiche di welfare e abitative reali, l’accesso universale a diritti e servizi, salari dignitosi.

Gli avvenimenti di cronaca di queste ultime settimane ci parlano chiaramente della non sostenibilità e della nocività di questo sistema produttivo e sociale. Non voltiamoci dall’altra parte, siamo tuttə coivoltə!

Per sostenere le spese legali, per non lasciare spazio alla repressione e criminalizzazione delle pratiche sociali puoi aiutarci con una donazione.

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Causale: Sostegno Spese Legali

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