Archiviazione non è assoluzione. Sorella io ti credo.

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La probabile archiviazione di una denuncia arrivata in seguito alle molestie subìte da tante donne e soggettività LGBT+ durante l’Adunata degli alpini non ci coglie di sorpresa. Sappiamo benissimo che quando accadono determinati fatti non veniamo credute, che gli autori delle molestie sono difficilmente identificabili. È proprio questo uno dei motivi che disincentiva molte donne dal denunciare gli episodi di violenza subìta. Il silenzio delle istituzioni e in alcuni casi la stigmatizzazione delle vittime inoltre non aiuta certo a creare un clima sereno di ascolto e di tutela delle parti lese.

Parliamo di circa 500 segnalazioni e quasi 200 testimonianze dettagliate, arrivate perlopiù tramite social alla pagina di Non Una Di Meno Rimini, che ci raccontano di eventi diffusi all’interno di tutto lo spazio urbano e lungo l’intero arco temporale dell’Adunata, la mattina come nel corso della notte (ed è ragionevole pensare che si tratti solo della punta dell’iceberg). Difficile, perciò, parlare di fatti isolati e di mele marce.

Questo significa che tutti gli Alpini sono molestatori? Ovviamente no e nessuna, infatti, lo ha mai sostenuto.
Detto ciò, continuare a negare che i fatti di cui si discute siano pienamente compatibili con l’atmosfera intrisa di cameratismo maschile tipica delle adunate significa negare l’evidenza. La realtà è che, durante questi eventi, si viene a creare un ambiente nel quale in tanti si sentono autorizzati ad attuare dinamiche da branco. Quando tante persone, spontaneamente e indipendentemente le une dalle altre, mettono in atto comportamenti dello stesso tenore significa che condividono credenze e valori riguardanti le relazioni sociali e di genere e che hanno in comune una visione su ciò che è lecito o meno fare in un determinato contesto. Significa che c’è un substrato sociale e culturale che sostiene e legittima quei comportamenti, unito a un sentimento di impunità e di sospensione delle normali regole del vivere civile, come ad esempio la possibilità data agli Alpini di campeggiare ovunque, dalle aiuole ai bordi delle strade ai giardini di scuole e palazzi privati, in barba a ogni regola e norma di sicurezza del codice della strada.

Abbiamo assistito, dopo la richiesta di archiviazione della denuncia depositata, a un continuo susseguirsi di prese di posizione tese a sminuire i fatti e la credibilità di chi li ha portati a galla con l’evidente obiettivo di depotenziare la portata delle denunce pubbliche, minimizzare l’accaduto e archiviare l’intera questione. Abbiamo detto più volte che il numero di denunce non deve influire su quello che abbiamo vissuto durante l’Adunata. Sappiamo bene che i fatti sono avvenuti ma che è difficile trovare i colpevoli visti i pochi dispositivi di controllo messi in campo. Non ci sembra neanche proficuo al fine politico puntare sulla colpevolizzazione di poche mele marce, la politica infatti dovrebbe indagare le cause sistemiche che le fanno marcire e lì intervenire.

Mentre sul territorio nazionale dopo i fatti di Rimini, si è diffuso e ampliato il dibattito sulla violenza di genere, l’amministrazione comunale nella persona del Sindaco sembra ancora non voler riconoscere la gravità di quanto accaduto durante l’Adunata né la portata politica del dibattito che si è creato sul tema della violenza patriarcale. In vari Consigli comunali e anche nella nostra Regione, Lega e Fratelli d’Italia hanno presentato ordini del giorno e mozioni in solidarietà ad ANA, l’Associazione Nazionale Alpini, cercando di gettare discredito su NON UNA DI MENO dopo i fatti di Rimini. Ma a queste mozioni, in vari Consigli comunali, si è risposto con contro-mozioni che non solo respingono quella della Lega, ma assumono alcune delle proposte emerse nell’assemblea pubblica Oltre l’Adunata.

Tra queste, si legge nell’Odg presentato dalla maggioranza di Bergamo, “che l’ANA si prodighi per evitare il ripetersi di analoghi comportamenti in occasione delle prossime Adunate nazionali, svolgendo un’opera di prevenzione, educazione e controllo dei propri associati” e l’impegno della Giunta alla realizzazione di “interventi educativi tesi alla prevenzione del fenomeno della violenza di genere attraverso il contrasto degli stereotipi di genere…“, “anche in collaborazione con la Sezione ANA di Bergamo“. Un risultato politico importante perché finalmente si propone un approccio sistemico a contrasto della cultura della violenza patriarcale e di genere, che non riguarda solo gli alpini ma tutti, tutte e tuttə.

Anche in Parlamento sono state depositate due interrogazioni che verranno discusse, segno che sul piano nazionale e in altre città c’è la voglia di prendere parola e confrontarsi sui fatti senza nascondersi dietro un “sono esagerazioni” o peggio “strumentalizzazioni”. Abbiamo più volte chiesto un confronto pubblico e politico con il Comune invitando formalmente anche il Sindaco al dibattito che abbiamo organizzato in Piazza Malatesta, non abbiamo mai avuto risposta, se non a colpi di post di Facebook, poco esaustivi e che non entrano nel merito degli interventi che il Comune attua o pensa di attuare per il contrasto di questi fenomeni.

Come Gruppo di Autodifesa Transfemminista, depositeremo le denunce e testimonianze raccolte: lo faremo insieme alla nostra legale, senza lasciare indietro nessunə, in prossimità dello scadere dei 3 mesi perché la Procura possa lavorare congiuntamente e prendere atto dei fatti. Vogliamo essere chiare, ci saranno altre denunce ma – come abbiamo ribadito – non è cercare i singoli colpevoli che ci interessa. Con la nostra azione, infatti, abbiamo messo in luce un sessismo culturale e sistemico, che si ripete e si amplifica su più livelli e questa archiviazione non fa che confermarlo.

Chiediamo un cambio di mentalità perché la cultura dello stupro, la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere e del genere sono fenomeni diffusi, strutturali, sono parte integrante della società che abitiamo e non è colpendo il singolo, “la mela marcia”, che si abbatte un sistema radicato e diffuso come questa vicenda testimonia.

Sappiamo bene come tutti i grandi eventi, richiamando un enorme numero di persone, siano terreno fertile per l’affermazione della maschilità egemone e per l’espressione della violenza machista. La cultura dello stupro, la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere e del genere sono fenomeni diffusi, strutturali, sono parte integrante della società che abitiamo. I grandi raduni e gli eventi che comportano la concentrazione di un alto numero di uomini e ragazzi, spesso in branco, spesso ubriachi, non fanno che alimentare questo problema.

Per questo lo scorso weekend abbiamo attraversato la Notte Rosa di Rimini con un volantinaggio informativo sui temi del consenso e della violenza di genere, con riportate tutte le modalità per contattarci e chiedere aiuto nel caso di episodi di molestie e violenza. Abbiamo chiesto la collaborazione dellə attivistə di @donnexstrada che, da più di un anno, portano avanti un progetto su scala nazionale di accompagnamento per le donne che non si sentono sicure nello spazio pubblico per costruire una rete di autodifesa che ci permetta di attraversare le nostre strade senza paura.

Durante la tre giorni della Notte Rosa abbiamo incontrato tantissime persone e condiviso con loro informazioni, abbiamo constatato che la violenza di genere e il consenso sono argomenti ancora poco affrontati ma anche che la mentalità sta cambiando, soprattutto tra le nuove generazioni, e sempre più persone sono informate e vogliono fare la loro parte per rompere un sistema che si basa sulla prevaricazione patriarcale. Crediamo fermamente che la violenza di genere non si possa combattere senza educare la popolazione ad ogni livello, dalla scuola ai luoghi di divertimento, e per farlo in maniera incisiva c’è bisogno della collaborazione di tutte le forze che credono nella costruzione di un mondo in cui donne e soggettività lgbtqia+ siano liberə di vivere gli spazi delle proprie città senza paura di venire aggreditə o peggio uccisə.

I femminicidi e la violenza transfobica sono ancora ben presenti nel nostro Paese e nel nostro territorio, lo dimostrano anche le 3 donne uccise quest’anno a Rimini e l’aggressione omofoba durante la Notte Rosa. Anche per questo troviamo inaccettabili le parole del Sindaco. Crediamo fermamente che una città davvero bella e sicura si costruisca attraverso pratiche mutualistiche e di cura, per questo continueremo nel nostro lavoro di costruzione di spazi sicuri ed educazione al consenso, senza soffermarci su giochi politici o conta delle denunce ma continuando a mettere in pratica forme di autodifesa.

Qualora l’Amministrazione comunale sia veramente interessata a far sì che episodi come quelli avvenuti durante l’Adunata non si ripetano più e ad abbattere la cultura dello stupro che genera violenza nelle case e nelle strade, siamo disponibilə a un confronto. Se però il piano del discorso deve rimanere sull’esito giudiziario delle denunce non possiamo che constatare l’ipocrisia di un’Amministrazione che si dice dalla parte delle donne e delle soggettività lgbtqia+ mentre contrasta chi a questi soggetti dà voce e spazio.

C’è ancora molto da fare. Noi continueremo a dare voce a chi non viene mai ascolatatə.

AUTODIFESA TRANSFEMMINISTA

Non Una Di Meno Rimini
Casa Madiba Network
PRIDE OFF

Come ulteriore contributo alla discussione SEGNALIAMO l’articolo di JENNIFER GUERRA pubblicato su FANPAGE:
https://www.fanpage.it/attualita/larchiviazione-delle-molestie-degli-alpini-a-rimini-non-e-come-ve-lhanno-raccontata/

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