L’IKEA dell’elettronica e la morte di un ragazzo

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«Quando ascolti rigorosamente un pattern che è ripreso continuamente esso ad un certo punto incomincia a subire una sorta di cambiamento sottile perché nel frattempo sei tu che stai cambiando.»

Terry Riley

Quando muore – come sta succedendo con una certa frequenza durante l’estate in riviera – un ragazzo di 16 anni per l’assunzione di sostanze durante una serata in uno dei club più conosciuti al mondo, bisognerebbe fermarsi a riflettere. Intanto capire di che sostanze si parla, dato che l’ignoranza regna sovrana e non aiuta di certo a capire.

La chiusura del Cocoricò non è di certo la soluzione, se consideriamo che la logica dei grandi eventi estivi (Molo Street Parade e Notte Rosa) si basa sull’esportazione di un modello di consumo del divertimento di massa: dai club alle strade.

E allora il problema non sarebbe solo il Cocoricò.

I turisti della notte, sono al pari dei lavoratori e delle lavoratrici stagionali.
Una merce.

Non c’è nulla per loro in termini di servizi di supporto e di informazione sulla salute e la sessualità per esempio, salvo qualche unità di strada, non di certo sufficiente a far fronte al numero di presenze.
Quattromila, cinquemila persone varcano la grande Piramide del Cocoricò nelle serate estive.

Le persone sono funzionali allora, durante i mesi estivi in questo territorio, alla produzione continua di ricchezza/consumo e di un nuovo immaginario: tutto è possibile qui!

Quanto di più normato ci possa essere in realtà, un potere biopolitico violentissimo, “che si occupa di corpi, entra nei corpi, si esprime nei corpi e nei luoghi di raduno dei corpi” (*).

Si è solo fruitori/spettatori passivi, in spazi nei quali non si lasciano segni nonostante li si attraversino per ore, spazi che non comunicano nessuna spinta radicale o ideale, nessuna spinta di liberazione possibile. L’IKEA dell’elettronica.

Piuttosto, quelli del Cocoricò non erano stati recentemente a San Patrignano?

Evidentemente quel modello di riferimento, che si nutre del più bieco proibizionismo e si basa sul lavoro gratuito degli internati e delle internate (magari perché scoperti da mamma e papà a fumarsi una canna), non solo è obsoleto ma è perfettamente funzionale alla gestione del business del divertimentificio e del consumo di massa di sostanze, una carneficina estiva.

Davide, che fa il portiere notturno in un hotel, ci racconta di ragazzi e ragazze confusi e confuse che vagano disorientati all’alba fra gli alberghi della metropoli costiera. Alcuni svengono sbattendo la testa a terra, altri si vomitano e urinano addosso. Molti non si ricordano nemmeno il nome dell’albergo dove sono ospitati.

Leonardo ci ha raccontato, invece, che certe sostanze sintetiche possono comprarsi anche online, senza alcuna informazione sugli effetti e sui danni che possono produrre.

Dieci anni di Fini-Giovanardi hanno fatto il resto: l’eroina e la cannabis sono uguali.

Se si vive sul turismo del divertimenticificio di massa, il minimo compito delle Istituzioni locali e delle associazioni di categoria di riferimento, nonché degli stessi club/locali, dovrebbe essere quello di attivare azioni di riduzione del danno, di informazione e orientamento sulle sostanze, di drop in, in cui poter avere delle informazioni su sostanze e sesso sicuro, un altro tema non di poco rilievo.

Invece, mentre si distrugge pezzo per pezzo lo Stato Sociale, si continuano a destinare risorse pubbliche per campagne di marketing con le foto del sindaco narciso/imperatore (Andrea sei un bell’uomo lo sappiamo già) oppure 500.000 mila euro – nel solo biennio 2014/15 – per il contrasto ai venditori abusivi (i cosidetti “vu cumpra'”, epiteto razzista sdoganato da un ventennio di propaganda della stampa di regime).

Gli stessi “vu cumpra’ e stupratori” che, guarda caso proprio ieri, a Casal San Nicola a Roma venivano citati dai fascisti di Casa Pound che bloccavano l’arrivo di una ventina di profughi in fuga da guerre e carestie.
Intanto i ragazzi di 16 anni che continuano a morire “legalmente” nei luoghi del divertimento di massa, stanno lì a ricordarci che le risorse economiche, ai tempi dell’austerity, non devono essere investite per salvare o aiutare vite umane ma bensì per annientarle.
Non sono queste le città che vogliamo.

contributo di Manila Ricci
Casa Madiba Network

(*): “Last Love Parade” di Marco Mancassola

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