A Rimini in marcia per la dignità contro ogni sfruttamento e le diseguaglianze

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Pubblichiamo di seguito il documento che abbiamo letto in apertura della marcia per la dignità contro ogni sfruttamento! Grazie ai tanti e alle tante che hanno partecipato.

Anane Kwase (Ghana, 34 anni), Mousse Toure (Mali, 21 anni), Awuku Joseph (Ghana, 24 anni), Ebere Ujunwa (Nigeria, 21 anni), Bafoudi Camarra (Guinea, 22 anni), Alagie Ceesay (Gambia, 24 anni), Alasanna Darboe (Gambia, 28 anni), Eric Kwarteng (Ghana, 32 anni), Romanus Mbeke (Nigeria, 28 anni) e Djoumana Djire (Mali, 36 anni).
Rimini in marcia per voi, per la libertà e la dignità contro lo sfruttamento e le diseguaglianze.
Non vi dimenticheremo! 

 

A Rimini in marcia per la dignità contro ogni sfruttamento!

Oggi siamo qui tutti e tutte insieme, siamo qui a condividere il dolore per la perdita dei nostri tre fratelli Bafode, Ebere, Romanus morti questo lunedì in un terribile incidente stradale mentre tornavano dal campo di lavoro, dove come braccianti erano impiegati nella raccolta di pomodoro.

Arriva così un compito difficile quello di agire la verità fino in fondo affinché quello che è accaduto non rimanga nel dimenticatoi e affinché questa manifestazione non sia solo una sfilata in cui autorappresentarsi ma un luogo/spazio in cui produrre inchiesta e ricerca comune, in cui interrogarsi, in cui costruire nuovi spazi di attivazione politica, sociale, sindacale per un cambiamento ora più che necessario.

Il cambiamento c’è se ce partecipazione, se abbandoniamo il campo delle nostre certezze e proviamo invece ad interrogarci sulle nostre responsabilità, individuali e collettive, ad organizzarci per disobbedire ad un presente in cui una passata di pomodoro vale una vita. Ad agire la verità.

Perché oggi non basta testimoniare il lutto per le stragi dei braccianti o quelle che avvengono nel mare Mediteranno, non basta chiedere di aprire i porti, bisogna praticarle queste cose, e come direbbe Don Gallo dargli gambe e teste.

Siamo arrivati a questo punto dopo un ventennio di politiche dell’odio contro i migranti con la complicità di tutti i partiti, di tutta la politica ad ogni livello istituzionale, salve poche e rare eccezioni.

Politiche che intorno alla parola clandestino o vu cumprà hanno costruito la figura della non persona e le politiche conseguenti: la Legge Turco/Napolitano, Bossi/Fini, Pacchetto Sicurezza, Pacchetto Minniti/Orlando. Se siamo arrivati a questo punto non si può ridurre tutto alla retorica del “è colpa di Salvini!”.

E dobbiamo dircelo fino in fondo, Rimini non ha protetto e accolto come doveva e poteva questi tre giovani ragazzi, basta ipocrisie!

Dei più di novecento richiedenti asilo che sono transitati nei progetti negli ultimi due anni, molti di loro sono diventati nuovi homeless, nuovi schiavi. Solo nel parco Marecchia ci saranno attualmente una trentina di ragazzi usciti dai CAS.

L’unica risposta abitativa di lungo periodo e non a scadenza o temporanea, in questo senso, viene dall’esperienza di Casa Don Gallo esperienza nata dalle lotte meticce per il diritto alla casa, e che ha portato all’apertura di numerosi procedimenti penali che colpiscono gli attivisti e le attiviste di Casa Madiba, sgomberi, sequestri e la revoca del permesso per protezione umanitaria a Moriba. Permesso riconquistato poi in tribunale. Chi è nero e si attiva politicamente per il diritto alla casa, per un lavoro senza sfruttamento, chi pratica la solidarietà mettendosi in gioco tutti i giorni o disobbedendo alle leggi ingiuste è perseguitato nel nostro paese e nella nostra città. Questa è la verità!

Se non ci fosse stata casa Don Gallo, il piccolo Bafode sarebbe finito in strada all’età di venti anni. Immaginatevi i vostri figli, in mezzo ad una strada a vent’anni. Qui però parliamo di persone che hanno sofferto tutto già dalla nascita, persone che proprio per questo abbiamo il dovere di proteggere e sostenere, persone che poi sono state picchiate, segregate, sono state nelle mani dei trafficanti di esseri umani, persone sopravvissute ai viaggi della morte nel deserto e nel mar Mediterraneo per arrivare in Europa, o che in questi viaggi, come accaduto ad Ebere, hanno visto morire parenti e amici.

La questione abitativa che riguarda una popolazione molto ampia della nostra città e del nostro paese (autoctoni e migranti) e che spesso ci porta ad incontrare con il sindacato Adl cobas, famiglie italiane sotto sfratto incarognite con i migranti e con i richiedenti asilo, gli stessi che poi vanno a difenderli dallo sfratto, è allora una questione impellente da affrontare, insieme alle dimissioni dai CAS/SPRAR e al post accoglienza emergenziale.

Un sistema quello dei CAS contro cui ci siamo sempre battuti e che va radicalmente ripensato mettendo al centro le persone che accogliamo, i loro bisogni, il lavoro sociale e i nodi/reti territoriali solidali che devono nascere nei quartieri come stiamo facendo in via Dario Campana, la qualità degli interventi e gli obiettivi da raggiungere, nonché tutelare le condizioni di lavoro degli operatori sociali impiegati, molto spesso precari e senza tutele e gli unici a garantire una continuità di relazione ai ragazzi una volta usciti dai CAS.

La impareremo noi la lingua di un paese come l’Italia che invece di aprire le porte, lascia morire le persone in mare, nei lager libici, in un furgone strapieno dopo 10 ore di lavoro nei campi? La impareremo noi la lingua di un paese che ci respinge, che ci nega la residenza non applicando le leggi in vigore, che ci chiede documenti per rinnovare il nostro permesso che non sono previsti dalla legge, che compie sempre una serie di abusi sulla base della nostra provenienza?

La questione del permesso di soggiorno, degli abusi e delle pratiche illegittime degli Uffici immigrazione delle Questure e delle Commissioni territoriali come la richiesta del domicilio o di un contratto di affitto per il rinnovo del permesso di soggiorno, oppure di un contratto di lavoro per dimostrare la capacità di inserimento sociolavorativo nel territorio per poter ottenere il rinnovo della protezione umanitaria. Per questi motivi rischiamo di ritrovarci qui a Rimini ma anche in tutta Italia, perché funziona così in tutto il paese, centinaia e migliaia di persone senza documenti, invisibili, vulnerabili, ghettizzati nelle città o nei ghetti come quello di Rignano, dove stavano anche Bafode, Ebere, Romanus, ghetti aperti e generati non dai caporali ma dalla filiera dell’agroindustria e della complicità di politica e malaffare.

La questione lavoro e nuove schiavitù.

Otto anni fa è avvenuta la rivolta a Rosarno.

Otto anni di baraccopoli, otto anni di lamiere che sostituiscono i tetti e rendono i ripari vere e proprie fornaci, otto anni di condizioni igienico sanitarie pressoché assenti, otto anni di diritti negati, otto anni di schiavitù.

In questi otto anni ben poco è cambiato. Qualche piccolo passo in avanti dal punto di vista normativo, risposte politiche inadeguate, ghetti sgomberati che rinascono il giorno dopo, interventi carenti dal punto di vista sindacale salvo le esperienze di sindacalismo di base e autono, nessuna mobilitazione di massa.

Pochi, troppo pochi sono stati quelli che in questi otto anni hanno gridato a gran voce:

Qui ci sono gli schiavi! Qui si muore di schiavitù!

Ci siamo abituati a tutto, anche a questo. E a dare i nomi alle cose che non abbiamo il coraggio di affrontare, ai nodi veri che dovremmo sciogliere. Non sono i caporali, i trafficanti le cause della nuova schiavitù e delle morti in mare, ma gli effetti del sistema capitalistico economico, produttivo, di vita che si è rafforzato dopo la crisi economica imponendo politiche di austerità e lavoro povero e schiavizzato, dove la quotazione in borsa o un’asta online stabiliscono il valore  di una vita umana,  rafforzando così la diffusione dei populismi, dei nuovi sovranismi e nazionalismi, della crescita di sentimenti disumani che sfociano nella violenza razzista, omofobica, sessista e nel consenso ai movimenti di estrema destra che sta crescendo in tutta Europa. Mentre i ricchi sono sempre più ricchi.

Tutto questo si cambia a partire da noi. Noi siamo prima di tutto persone ma anche consumatori, ogni volta che accettiamo che sia la grande distribuzione (GDO) a imporre il costo dei pomodori o di una passata, con le aste elettroniche al peggior ribasso, dove con un effetto a catena ogni anello della filiera produttiva ne risente fino all’ultimo, il costo del lavoro ovvero dei braccianti e delle braccianti, siamo quindi responsabili.

Dobbiamo sapere che ogni volta che paghiamo una passata di pomodoro o un capo di abbigliamento a prezzi stracciati, c’è qualcuno che paga la differenza. E a pagarla sono le persone come Bafode, come Ebere, come Romanus che questa città aveva il dovere di accogliere e proteggere.

Rimini accoglie 13 milioni di persone ogni anno, l’industria turistica provinciale occupa circa 35mila lavoratori e lavoratrici stagionali, di questi il 60% sono donne molte migranti dall’est Europa. Qualcuno ci ha chiesto come mai una rete così solidale non sia stata in grado di trovare un lavoro nel turismo a questi nostri fratelli.

Sai com’è anche nel turismo non è una grande pacchia, vi è la piaga di una grave illegalità che porta le persone a vivere condizioni di grave sfruttamento lavorativo: 11/12 ore al giorno di lavoro, mancato giorno libero e mancato pagamento degli straordinari, utilizzo dei tirocini e dell’apprendistato senza alcun supporto e tutoraggio o accompagnamento alla formazione, parliamo anche di ragazzi e ragazze minorenni. Fra questi ci sono molti richiedenti asilo e persone che hanno ottenuto una qualche forma di protezione. È forse questo tipo di lavoro che avremmo dovuto trovare per i nostri fratelli?

E la povertà e la mancanza di una casa sono veri e propri ricatti che obbligano ad accettare queste condizioni di lavoro, condizioni che caratterizzano tutti i settori del lavoro stagionale quello agricolo tanto quanto quello turistico. Servono allora politiche adeguate, sulla casa con un sistema di alloggi per questa tipologia di lavoratori e lavoratrici, che potrebbero essere utilizzati anche per rispondere alle emergenze abitative e agli sfratti, politiche sociosanitarie con guardie mediche e presidi sociali nei territori, un reddito di sostegno per chi denuncia la situazione di grave sfruttamento, un sistema di trasporti pubblico e sicuro. Queste erano le richieste che avevamo presentato insieme all’ex consigliere comunale di opposizione, Fabio Pazzaglia, nel marzo 2013 in occasione del consiglio comunale aperto sul tema del lavoro sfruttato a Rimini.

Questi ultimi giorni sono stati molto dolorosi. Tutti gli e le abitanti di casa Don Gallo e i tanti ragazzi che hanno nella casa un punto di riferimento sono fortemente provati. “Potevo esserci io al suo posto, dove sono i loro corpi ora?, come facciamo per le salme e il funerale?, sono stati uccisi!”.

I ragazzi della squadra AutSide Social Football hanno deciso che questa maglia la maglia numero 3 sarà per sempre la maglia del piccolo Bafode. Qualcuno in questi giorni diceva che non riesce a togliersi il suo radioso sorriso dalla mente.

Rimanga per sempre il tuo sorriso piccolo Bafode, rimangano per sempre i vostri sorrisi Ebere e Romanus. Per sempre chiederemo verità e giustizia per voi, per sempre vi ameremo.

Casa Madiba Network

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